E' nata una nuova rete studentesca...
si chiama Student sX ed è formata da studenti e precari della conoscenza che hanno deciso di riprendersi la propria vita e trasformare la società.
E' una rete, dunque è libera...orizzontale...plurale...aperta...
come una rete da pesca ha i suoi nodi...autonomi...propositivi...comunicanti...
come un cerchio si disegna sulla sua circonferenza...il centro è solo un punto immaginario dove passano le linee diametrali cioè dove s'incontrano tutti i punti della circonferenza...
un cerchio...come in cerchio si siedono le comunità, i bambini, gl'indios, gli amici...una comunità dove potersi guardare, affinchè ci si possa alzare un giorno e correre insieme...
Student*sX vuole raccogliere studenti, precari, ricercatori, collettivi, associazioni, comitati, gruppi, persone...individui che a partire dai propri disagi e bi/sogni immaginano e costruiscono insieme una nuova idea di cultura, di vita...
Student*sX
RECLAMA REDDITO SAPERI DIRITTI
Ecco l'appello nazionale della rete:
USCIAMO DAL SEMINATO COLTIVIAMO LE NOSTRE INTELLIGENZE
Siamo studentesse e studenti di una generazione che è stata capace di fare dello sguardo disilluso alla vita il moto di rabbia necessario per prender parola. La nostra “X” è l’incognita che ci pervade, assale, invade e la nostra certezza di determinare il nostro futuro.
Student*sX nasce con lo scopo di sovvertire l’invasione del potere nel mondo del Sapere. Per costruire una Società della Conoscenza in cui ogni persona possa Sapere la verità sulle conseguenze della vittoria del neoliberismo sulle vite di ognuno, sulla natura. Vogliamo una società parallela: lenta, densa di relazioni, creatività, amori, passioni, intelligenze. Non ci basta più volere un mondo diverso abbiamo l’irresistibile ambizione di viverlo ora.
Nell’epoca della saturazione di spazi da parte del mercato, dell’erosione del terreno del conflitto noi sapremo aprire luoghi dell’esistenza studentesca percorribili e utilizzabili, capaci di mischiare identità in un melting-pot della sovversione studentesca, della sinistra capace di materializzare conflitti diffusi.
I processi di privatizzazione delle conoscenze sono passati in questi anni dalle riforme della scuola e dell’università e ci hanno visto mobilitarci perché dietro il ridisegno dei luoghi di trasmissione dei saperi si intravedono gli skyline della società che il neo-liberismo vorrebbe edificare. La subordinazione continua dei sistemi d’istruzione alle esigenze dell’impresa hanno significato il cambiamento di ruolo degli educatori, la strutturazione del doppio canale, di cui uno in appalto direttamente alle aziende, l’assunzione del contratto d’apprendistato (vedi primo decreto attuativo della legge 30) a pieno titolo come percorso formativo, la logica della compartecipazione alla formazione tratto distintivo delle fondazioni, l’irrigidimento della ricerca dentro l’obiettivo dell’utilità, per cui ogni ricercatore lavora all’innovazione delle merci e dei prodotti materiali e immateriali solo per l’apertura di spazi di mercato.La scuola ha sempre rappresentato l’imbuto in cui passa il futuro del paese. Ed i poteri hanno sempre fatto dei nostri luoghi di studio la siderurgia della struttura sociale di cui avevano bisogno. Il doppio canale, ora congelato dal ministro Fioroni, sarebbe stato utile alla formazione di un classico “esercito di riserva di lavoratori” poco istruiti, con una forte divaricazione di formazione che ci avrebbe garantito ubbidienti alle esigenze produttive, statici, fermi, senza possibilità né di mobilità sociale né di mobilità territoriale perché deficitari degli strumenti di discernimento delle dinamiche del mondo. Per queste ragioni noi lottiamo per una formazione capace, per dirla con Bertrand Russell “di dare un senso al valore delle cose diverso da quello del dominio, contribuire a creare cittadini consapevoli di una comunità libera, incoraggiare la combinazione di cittadinanza e libertà, creatività individuale”. Il progetto dell’allora ministro Moratti e i progetti che si fanno luce in alcuni sistemi regionali interiorizzano le necessità dell’asservimento dei saperi alla produzione di ricchezze. La “logica d’impresa” cioè la funzionalità dell’uomo e della donna ai dividendi azionari, fa della corporeità delle esigenze, dei desideri, delle menti una banale inutilità, un vecchiume romantico lasciato alle anime belle del tempo presente. Ma quella logica ha voluto improntare di sé il sistema d’istruzione. Prima conseguenza: l’espropriazione del tempo, l’adeguamento dei tempi di studio alla velocità del tempo di produzione. Il taylorismo, l’organizzazione scientifica dei ritmi, diventa il nostro ritmo di studio. Il programma è il cronometro di una corsa che lascia indietro chi ha il passo più corto. Un’industria che produce scarti, rifiuti umani per la maggior parte sono i/le nostri/e compagni/e migranti ma anche chi tra di noi non ha avuto la fortuna di crescere in un ambiente di stimolo alla ricerca e alla cultura. Ma per ogni rifiuto c’è un riciclo prima della definitiva espulsione e così i tre binari d’istruzione diventano i tre gradi dello smaltimento delle menti inutilizzabili. La concentrazione negli istituti tecnici e professionali di studenti migranti, diversamente abili, provenienti da famiglie economicamente disagiate ci dice della mostruosità del sistema d’istruzione. Ma se non fosse abbastanza la sfiga è ben distribuita sia sul territorio sia all’interno dei singoli corsi di ogni scuola. Così ti potrà capitare di finire in una scuola professionale a scampia nel corso in cui si concentra la percentuale di “subalterni al progresso”. La discarica del sistema di smaltimento.
La scuola diventa così l’ultimo baluardo del sistema fordista nella società della flessibilità. E al contempo ne svela l’autenticità di un’organizzazione dei tempi che non è mai decisa da chi quei tempi è costretto ad agire. La scuola si candida all’educazione di generazioni veloci che devono fare della tempestività la cifra del successo. Così anche i processi decisionali che negli scorsi anni si ammantavano d’essere collegiali ora devono rispondere alla tempestività della competizione –Competition is Competition- il progetto di riforma degli organi collegiali, il loro ridimensionamento il superamento della rappresentanza delle componenti a favore dei tecnici della scuola (economi e proprietari di immobili) va in questa direzione. Le riforme della scuola dell’ultimo ciclo storico del secolo scorso hanno agito progressivamente una spoliazione delle possibilità di decisione, di determinazione dei luoghi di studio e così, interiorizzata l’idea dell’obsolescenza come negatività generalizzabile a tutto, hanno cancellato l’ultima parvenza di democrazia.
Il “Valore” entità intrinseca alla trasformazione delle materie o alla fluttuazione di capitali nei mercati finanziari è scala di misura per ogni studentessa e studente del sistema d’istruzione. Tanto più ingoi conoscenze tanto più varrai. Il valore viene misurato, calcolato tenuti presenti bonus di produzione e sottrazioni arbitrarie. Il sistema dei crediti e dei debiti incolla ad ognuno un conto corrente virtuale del valore di cui è portatore. Valore anch’esso fluttuante come mutabile è la spendibilità di un individuo sul mercato del lavoro. Tuttavia l’umanità è fatta per amare, pensare, creare, essere libera, nessun uomo e nessuna donna sono disposti a perdere un attimo della propria esistenza perché in corsa verso l’ignoto. Il neoliberismo è sostanzialmente inumano, estraneo alla natura vivente. Per questa ragione, per reggere, ha bisogno della costruzione di consenso. Le scuole così diventano luoghi di irregimentazione. Il totalitarismo della logica d’impresa s’impossessa così della cultura e del sapere, dei modi d’essere, dei tempi e degli spazi, dei modi di pensare, intendere la vita, costruirsi la propria.
L’istruzione, i saperi devono così essere attraversati dall’ordine dell’efficienza, valore costituente di qualsiasi economia. Noam Chomsky dice “(…) l’efficienza è essenzialmente determinata dai margini di profitto. Una delle conseguenze è che i costi si sono trasferiti sugli individui. Questi costi non sono misurati. Questo accade dappertutto nell’economia”. Per questa ragione si razionalizzano i costi degli insegnanti di sostegno, si precarizzano i contratti dei ricercatori universitari, si diminuiscono i trasferimenti sugli istituti, si aumentano le ore di lavoro degli/delle insegnanti fino a diciotto ore curriculari, con buona pace dei servizi alla persona che le scuole erano in grado di sostenere con il distacco delle e dei docenti in relazioni esterne alle aule scolastiche, si aumentano le tasse scolastiche, si trasferiscono capitali verso l’istruzione privata. La conoscenza diventa così una variabile dipendente dell’economia. È evidente che la cultura ha nella società contemporanea una molteplicità di canali di fruizione che impatta con la monolitica trasmissione di sapere attraverso i libri, è talmente percepibile che si fa finta di non vedere così che copyright e brevetti sui saperi possano essere acquistati e venduti esattamente come una qualsiasi altra merce. Tutto questo è l’Economia della Conoscenza.
Nella massificazione di corpi che vorrebbero senza menti producono l’accatastarsi delle contraddizioni del mondo che vorrebbero. La scuola, nel tempo della parcellizzazione dei luoghi di lavoro della globalizzazione, in cui –come descrive Bauman- “Le opposizioni concettuali <>, <>, <> hanno scandito la gradualità e la misura con cui i vari frammenti del mondo che ci circonda, umani e non umani, sono stati addomesticati(…)” è il luogo della ricomposizione della società. Ma dal ri-assemblaggio dei fotogrammi delle esistenze di ognuno si hanno video di violenze di gruppo, spettacolarizzazione di sevizie collettive, soprusi contro quelli che abbiamo chiamato “subalterni al progresso”. Le scuole oggi diventano il piano di ricomposizione degli individualismi competitivi di cui si nutre il neoliberismo. Il luogo in cui “la crisi d’identità individuale e collettiva”, descritta recentemente da Vittorino Andreoli, diventa esplosiva. Così il confine dell’etica sparisce, la capacità di scegliere ciò che giusto o sbagliato nella relazione con gli altri viene meno.
Non è un caso, infatti, che il tentativo sia quello della parcellizzazione anche dei nostri luoghi di studio. Un esempio su tutti: l’architettura delle università del post-moderno capace di non far incontrare studenti universitari di corsi diversi. L’istituzione del Numero Verde promosso dal ministro Fioroni per affrontare il “bullismo” ci dice di come si faccia finta di non vedere, confinando a devianza di singoli problemi collettivi. Capita così, che qualche Dirigente Scolastico talmente saccente da non chiedersi dove ha fallito, scelga una pattuglia di guardie giurate per reprimere la pericolosità dei bulli di cui la scuola sarebbe invasa.
Il Bullismo si affronta parcellizzando un problema complessivo che ci deve far interrogare sulla carica di violenza delle relazioni della società contemporanea, dell’impercettibilità delle conseguenze delle relazioni fra i corpi, dell’immaterialità di cui è fatto il nostro stare assieme che fa perdere il senso di cosa significa l’irreversibilità della violenza su un corpo diverso dal nostro.
Proprio i luoghi che vorrebbero conquistare con il consenso dove riescono e con la forza dove tocca loro reprimere sono i luoghi in cui ripartire. Noi ripartiamo da qua, sappiate che non vi lasceremo un metro in cui far vostre le nostre menti, i nostri ricordi, i nostri saperi. Vi siete illusi che noi fossimo spariti ed invece saremo nani capaci di farvi inciampare sulle vostre stesse gambe. Hanno voluto nel corso del tempo tagliare i costi aumentando la media di studenti e studentesse per classe ci hanno così consegnato ormai l’unico luogo in cui non sentirci soli. Non ci accontentiamo più solamente di gridare contro le vostre riforme sussurreremo tra di noi che vogliamo scuole alternative. Ci volete ad imparare tabelline e noi moltiplicheremo sovvertimenti rivendicheremo denaro, diritti classe per classe, scuola per scuola, spazzi, sfideremo chi ci vuole produttivi a riconoscerci che lo siamo: il reddito è il nostro compenso, il nostro diritto. Sapremo costruire la nostra scuola esattamente nel cuore delle vostre scuole e se sarà necessario vi disobbediremo, sapremo andare più lenti e a correre rimarranno i ligi obbedienti ai precetti del Ministero di turno. Non siamo più disponibili a perdere i nostri compagni e le nostre compagne solo perché diverse. Non siamo più disponibili a correre tra le teste dei bocciati, degli esclusi. Insegneremo noi se sarà necessario che i saperi sono plurali.
Negli anni hanno scritto riforme senza neppure chiedercelo, ci hanno costretto a modelli decisi nelle stanze dei ministeri, nelle riunioni del WTO, tra i galà dei G8. Hanno voluto plasmarci, formarci. Ci hanno dedicato Violenze che passano sotto il nome di razionalità, esclusione, riforma degli organi collegiali. Noi vogliamo una scuola della partecipazione in autogestione permanente. Vogliamo una riforma della scuola che metta al centro l’umanità e conformi la trasmissione dei saperi alle persone. La norma regolarizzatrice non può più essere l’utile, l’utilità, la funzionalità al mercato. Al centro ci siamo noi, non l’impresa. Per questa ragione a partire da noi scegliamo una modalità di stare assieme partecipata, orizzontale, a rete. In cui la rappresentanza non viene delegata ma agita, ci sembra questa la migliore risposta alla rappresentazione che vorrebbero delle studentesse e degli studenti nei luoghi di decisione. Noi rovesciamo il loro modello a partire da noi. Il potere coercitivo e violento a partire dall’agire noi la polverizzazione del potere, la partecipazione in una parola: la NonViolenza.
Tutto vorrebbe l’omologazione, la sparizione delle differenze, a partire dai contenuti dell’istruzione raccontata sempre dal punto di vista di maschi occidentali ed adulti. Escluso è lo sguardo generazionale della cultura, la visione di genere della storia, i racconti di chi nei millenni ha vissuto la conquista e non la scoperta.
Noi vogliamo metterci in rete perché solo il cortocircuito delle differenze di pratiche, generi, vissuti, luoghi può ambire a costruire una Società della Conoscenza alternativa.